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Il Gruppo Storia di Grande come una città continua il suo ciclo di incontri

il 11 Luglio 2019 - Segnalato da Barbara Bianchi
|

info:
ore 18:00
L'aula Consiliare del Municipio III di Roma (Piazza Sempione, 15 - 00141)

Sempre più spesso gli storici faticano a mantenere un ruolo di primo piano e a essere riconosciuti come un punto di riferimento solido nell’ambito delle dissertazioni sulla memoria e sull’identità nella società odierna. La rapidità dei cambiamenti, tipica del mondo contemporaneo, infatti, rende difficoltoso alla storia muoversi agevolmente sul terreno controverso dell’identità e dei vari processi culturali che differenziano i gruppi sociali rischiando di indebolirsi e di rimanere pura memoria; come scriveva P. Prodi, infatti, il pericolo per la storia, oggi, è quello di perdere “la capacità di diventare coscienza critica della nostra società”. In un mondo che, sempre più di frequente, si sta confrontando con il declino e, al tempo stesso, con il ritorno delle identità forti - come sottolineava Z. Bauman affermando che la società attuale è costellata di “individui che cercano disperatamente un «noi» di cui entrare a far parte” - sembra doverosa, dunque, una riflessione attenta e di ampio respiro su tali aspetti. Di fronte all’accrescere dei fenomeni migratori, per esempio, si è andato diffondendo giorno dopo giorno il timore che alcuni elementi caratteristici della cultura occidentale possano andare perduti, incrementando così in molti la richiesta di rafforzare e consolidare alcune appartenenze identitarie. Ma quando si parla di identità troppo spesso si dimentica di definirla per quella che realmente è: una categoria in continuo movimento che rifiuta schemi e modelli prestabiliti. Nel suo celeberrimo testo Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Fernand Braudel introduceva per la prima volta il concetto di “frontiere culturali” e puntava la lente dello storico su determinate aree, spesso situate al confine di mondi variegati e differenti, dov’era possibile scorgere un continuum culturale, caratterizzato da scambi e interazioni incessanti che rendevano più vicini e simili contesti sociali apparentemente molto distanti tra loro.
La diversa prospettiva di studio del Mediterraneo nell’età moderna promossa da Fernand Braudel, così, ha permesso di individuare molti più elementi in comune di quanto si pensasse, facendo emergere vicende storiche e scambi culturali che accomunarono l’Italia meridionale, la penisola iberica e le coste del Nord Africa, inducendo lo storico a rimarcare la necessità di porre attenzione su tutte le “cento frontiere” che componevano il Mediterraneo. Lo studioso francese, infatti, soffermandosi sul ruolo peculiare che avevano gli abitanti delle isole, delle penisole e di tutte quelle zone di confine nelle quali gli individui facevano la spola da una regione all’altra, ha messo in evidenza quanto tali movimenti permettessero la circolazione non solo di oggetti e merci, ma anche di idee, valori e tradizioni. Mercanti, rinnegati, schiavi e missionari, infatti, svolsero un ruolo di intermediari confrontandosi e interagendo gli uni con gli altri; culture, religioni e identità differenti divennero, così, il substrato comune per tutti coloro che transitavano da una sponda all’altra, da costa a cosa, portando e scambiando ogni volta elementi della propria cultura e delle proprie vicende personali. Chi era dunque l’“altro”, il nemico?
In tal senso gli episodi legati alla schiavitù, alla conversione e ai tentativi di riscattare i prigionieri forniscono una prospettiva interessante dalla quale osservare la storia del Mediterraneo, e dell’Europa in generale, puntando il faro sulle molteplici identità che nell’età moderna gravitavano, si confrontavano e si ridefinivano in quello che comunemente era conosciuto come il “mare nostrum”. Le pratiche degli scambi e delle negoziazioni, per esempio, favorivano tutta una serie di reti e di legami che diedero vita a relazioni internazionali basate non necessariamente sulla dominazione dell’altro, ma anche sulla reciprocità e sull’interazione continua. Considerando, inoltre, l’importanza di una rivalutazione della nozione di diversità - anche alla luce dei contributi di studiosi quali Emmanuel Levinas, Jurgen Habermas e Tzvetan Todorov che hanno riformulato la tradizionale visione occidentale e spesso dispregiativa dell’altro – tale intervento ha lo scopo di riflettere sull’incidenza dei diversi elementi socio culturali nella costruzione dell’identità che non è mai stata una categoria statica e immutabile nel tempo, ma il risultato di processi e strutture in continua trasformazione.

Alessia Secco (Roma, 1982), dopo essersi laureata con lode in Storia e società presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tre (2009), si è diplomata in archivistica, paleografia e diplomatica presso la scuola dell’Archivio di Stato di Roma (2011) e successivamente ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia politica e sociale dell’Europa moderna e contemporanea presso l’università di Tor Vergata con una tesi sulla nunziatura apostolica nel Granducato di Toscana del XVII secolo (2014). Si interessa principalmente di storia sociale, politica e religiosa in età moderna (XVI-XVIII secolo) attraverso l’analisi dei linguaggi, degli spazi e delle forme della negoziazione. Attualmente insegna italiano e storia nella scuola secondaria di secondo grado.

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